Divine Heresy – Bringer of Plagues

Se mai mi si chiedesse di esprimere in una frase sola che cosa potrebbe rappresentare questo album, direi sicuramente: come pubblicare un disco semplice e lineare tuttavia percorrendo la strada più impervia dei tecnicismi intricati. Ecco. A questo punto potrei pure concludere la recensione, perché alla fine, tutte le parole e tutti i concetti che potrei esprimere, vengono sintetizzati bene, a mio parere, in questa semplice affermazione.

Ma, ad onor del vero e per onestà, devo pure “dare a Cesare quel che è di Cesare” e non si può parlare della band di Dino Cazares, uno con le palle quadrate, uno che ha militato (e tuttora milita) nei Fear Factory, uno che macina accordi di chitarra con la sua otto corde proporzionalmente pesanti alla sua massa corporea, liquidandola con un paio di aggettivi. Specie se il tipo in questione si è attorniato di gente che sa il fatto proprio e che, nel caso del bassista Joe Payne, proviene niente meno che dai Nile, mentre invece il batterista Tim Yeung proviene prima dai Vital Remains e poi dagli Hate Eternal.

Dunque qui non parliamo di sprovveduti o di ragazzini che hanno deciso di “rivoluzionare” il mondo del Death/Thrash Metal, ma di artisti ben rodati e che con questo “Bringer of Plagues” hanno dato alle stampe un disco cazzuto, potente, equilibrato e che non manca di assestare parecchie rasoiate a chi lo ascolta. Il cantante Travis Neal, unico a non avere alle spalle un bagaglio prestigioso di appartenenza a band di grosso calibro, se la cava bene, ed è abbastanza abile nel commistionare parti in scream abbastanza nervose e cantato pulito e melodico, aggiungendo certamente qualcosa alla sommatoria strumentale che è egregia.
Certamente egli non è Burton C. Bell, tornando a parlare di Fear Factory, e credo ne abbia piena coscienza, ma certamente va premiato per il suo lavoro che in molti episodi esalta, e pure di parecchio, le mazzate di Cazares alla chitarra, o le aperture melodiche che in molti squarci qui vengono proposte.

Sicché l’apertura del disco è affidata ad una “Facebreaker” messa di proposito come apripista proprio, secondo me, per invogliare all’ascolto e di conseguenza all’eventuale acquisto; anche perché riassume bene che cosa poi ci si ritroverà ad ascoltare: attacco bestialmente veloce, tecnico e potente, con sfuriate “stop&go” di chirurgica precisione e ritornello urlato ma melodico, cantato in pulito, anche se a dire il vero risulta alla lunga un pò troppo “plastificato”.
Ecco quello che forse è il più grande peccato di questo disco: il fatto di suonare troppo preciso, troppo perfetto, troppo studiato, e questo non fa che incidere in maniera purtroppo negativa sull’intero egregio lavoro del gruppo.
Ci si fosse, forse, affidati ad una produzione meno “macchinosa”, e magari se la band stessa avesse deciso di “buttarsi un pò più via” non calmierando la rabbia e la potenza enorme che si intuisce nei vari passaggi strumentali (“The Battle of J.Casey“, solo per citare un esempio), allora in questo momento starei scrivendo di uno strepitoso nuovo lavoro, e invece, oggettivamente bisogna parlare di un disco con molti alti (“Undivine Prophecies“, “The End Begins“, la migliore di tutto il lotto, e “Anarchaos” su tutti) e qualche basso (come in “Redefine” e “Darkness Embedded” che qualcuno prima o poi dovrà proprio spiegarmi che diavolo c’entra con tutto il resto).

Probabilmente sono un pò troppo severo nel mio giudizio o probabilmente è proprio il contrario, ma devo dire che un pò di amarezza, ascoltando l’intero album mi è rimasta, memore del fatto che da giganti del calibro di Dino Cazares si vuole e si deve pretendere appunto gigantesche prestazioni. Tendo però a considerare questo lavoro per nulla negativo e di certo lo ascolterò con passione parecchie volte, ma non entrerà mai a far parte dei dischi a cui si dedica attenzione anche dopo qualche tempo.

Per il resto, mi auguro che a molti piaccia e che abbia successo, anche se dubito fortemente che possa essere annoverato tra gli album dell’anno. Sicuramente qualcuno avrà fatto di meglio, riguardo al puro “sentimento” (è strano sentirne parlare in una recensione di Death Metal non è vero? Ma chi ci è avvezzo, Tepes in primis, mi capirà benissimo), riguardo alla tecnica non si discute, poiché essa raggiunge picchi che pochi riescono ad eguagliare.
Come sempre, vale l’arci-noto “de gustibus”, e per quanto mi riguarda, credo che il mio “parere-non-richiesto” sia abbastanza chiaro.

Link