Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us

Chiunque, e dico proprio chiunque ami il genere “Gothic“, ad ogni uscita dei Paradise Lost dovrebbe onestamente fare un balzo dalla sedia. Il nome è di quelli tosti, di quelli che hanno fatto storia, assieme a My Dying Bride ed Anathema, e, a più di 20 anni dal loro debutto, si può tranquillamente affermare che la band di Halifax di strada ne ha fatta, ed anche parecchia: dagli esordi Death/Doom, sino alla svolta, o sarebbe meglio dire sino “all’invenzione” del Gothic Metal per come lo si conosce oggi, passando per le sperimentazioni imparentate coi Depeche Mode (se siano riuscite o no, immagino che ascoltando il presente disco, e nemmeno in maniera tanto approfondita, chi ha confidenza col genere dovrebbe trovare facile risposta), per approdare infine ad un “Dark Rock” (come Nick Holmes stesso ama definire il genere che suona) che raccoglie il meglio di quanto la band ha pensato, messo su pentagramma, suonato e re-immaginato. Con coraggio e perseveranza, caratteristiche che, ormai, visto il nome di grido che la band possiede, potrebbero benissimo venir trascurate, per campare poi di rendita, così come molte altre band hanno fatto e continuano a fare.
Ma questo non è per nulla il caso di cui scriviamo. Anzi. Questo “Faith Divides Us – Death Unites Us” è l’ennesimo capitolo da incorniciare nella discografia dei Paradise Lost.

A me è capitato di doverlo ascoltare più di una volta per carpirne bene l’essenza. E questo, per un disco “gotico”, non è per nulla un difetto. Le strutture delle canzoni si presentano sempre marziali e severe, pur non trascurando di valorizzare l’ariosità sinfonica che qui viene usata per dare spessore alle composizioni. Il suono è stato progettato “elegantemente roccioso“, richiamando alla memoria più di una volta “Icon”, con una canzone su tutte: “Fraility“. Ma la stessa apripista “As Horizons End” riesce bene a trasportare l’ascoltatore ai tempi andati di certi loro primi lavori, avvolti dalla nebbia delle immagini sfocate e dalla tragedia delle loro architetture rabbiosamente disperate. Anche la voce di Holmes, straordinariamente melodica e malinconica, non disdegna in molti frangenti di lesinare spunti di aggressività che sì, ormai non è più growl, ma che ci arriva dannatamente vicino e, in questo caso, un esempio perfetto risulta essere “The Rise of Denial“, che ad un inizio sinfonico poi fa seguire una prestazione strumentale pesantissima e una partitura vocale quasi forzata, data “a denti stretti”.

Un elogio particolare però, a mio parere, lo si deve dare a due canzoni in particolare, che riescono meglio a porre in luce lo straordinario talento della band, e sono, nell’ordine, “Faith Divides Us – Death Unites Us” e “Last Regret“.
La prima, scelta anche come primo singolo, e il cui video da molti è stato definito come “il più angosciante mai pubblicato dai Paradise Lost”, è una canzone cui si potrebbero attribuire migliaia di aggettivi per descriverne la straordinaria suppurazione di malinconia, angoscia e pianti, ma io ne scelgo una solo, semplice e lineare: bellissima.
Lo è, appunto perché costituisce una miscela perfetta e da manuale di quanto chi ama questa band si aspetta da essa. Nessun trucco e nessun inganno: una struttura lenta che però non sfocia nella cadenza tipica del Doom, ma che mantiene il tono basso e rassegnato, seppure affascinante e che racconta, al di là del video che mi auguro vogliate guardare, di confusione e di alchimie di colori scuri, che si fondono e scindono la loro essenza senza mai prescindere dalla considerazione di essere parti uniche, anche se eterogenee, della stessa mente umana, della stessa testa di chi le ha pensate, e ha realizzato bene di metterle in musica, anziché, abbandonandosi ad un esempio certamente estremo, di uccidersi. Ma la polvere che si alza strozza lo stesso la gola come un cappio, e le ferite che si scoprono nel ritornello, bruciano alla stessa maniera del fuoco che arde la carne. Bellissima, e lo ripeto a costo di diventare monotono, perché è proprio di canzoni come questa che il Gothic ha bisogno.
Last Regret” invece tocca altre corde. O perlomeno: le corde che strugge sono sempre le stesse, ma cambia la maniera, il modus-operandi di descrizione. Qui l’impostazione è più classica, e le chitarre suonano con un’intonazione particolare, maggiormente vibrata, tornando anche in auge l’abitudine coltivata da Gregor Mackintosh di sfruttare il suo strumento come in un lunghissimo, struggente assolo, percependo quasi, nel corpo stesso del brano, come di trovarsi in cima ad una voragine. Se a questo poi ci si aggiunge anche il ritornello cantato e che non fa che ripetere “Hear my last words, this my last regret…” allora le carte in tavola per affermare che ci si trova ad ascoltare un classico ci sono tutte, e senza dover temere smentita.

I giochi, però, non finiscono per nulla qui, perché qui si parla dei Paradise Lost, e non dei Motley Crue (con tutto il rispetto), e di canzoni di riempimento non se ne parla proprio. Gli ultimi episodi infatti, a cominciare da “Universal Dream” e da “In Truth“, ci concedono ancora uno strascico godibile di tutta la caterva di sensazioni negative che questo disco inopinatamente ci ha proposto. Nella fattispecie, soprattutto la seconda citata è un bell’esempio di come, per l’appunto, dovrebbe calare il sipario: strutture rocciose eppure cangianti, che incalzano e non danno tregua, quasi strappate a forza da chitarre e batteria, con le tastiere che, verso la fine, donano quel qualcosa di impalpabile che rende preziose tutte le cose che i Lost hanno deciso di confezionare.

Bisogna essere obiettivi: questo album non è paragonabile ai loro “Draconian Times” o ad “Icon”, ma non perché si fermi un gradino sotto. Nulla di tutto questo. Solamente perché questo disco è “diverso“. Un altro tassello nell’universo di meteore sconosciute che la band decide piano piano di farci scoprire.
Per quanto di mia competenza, ritengo che questo sia un lavoro ottimamente costruito, con all’interno gioielli che non sfigureranno sicuramente di fianco ai colossi del passato. Alla fine resta fermo il concetto che chiunque si prenda la briga di ascoltarlo, ci troverà, forse, diverse sfaccettature, che probabilmente al sottoscritto sono sfuggite, per ora, o che, nascoste nel fluttuare depresso delle note, non ho ritenuto di dover sottolineare.
Ma la bellezza della musica non è anche questo? Non è forse l’immaginare, il pensare, trasportati da una melodia, triste e non, a pensieri di intima soggettività? Ecco. Se questo cercate nella musica, allora non posso che consigliarvi l’acquisto dei Paradise Lost. Sarà certamente una spesa sicura e a prova di bomba.

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