Candlemass – Death Thy Lover

Con questo EP, di soli 4 brani, per una durata di circa 25 minuti, i Candlemass festeggiano, oggi, i 30 anni di attività. Lo fanno alla maniera a loro più consona, ovvero suonando quel genere, il Doom Metal, che li ha accolti come i padroni assoluti del sotto-filone “Epic”, che nel tempo, grazie a capolavori quali, ad esempio, “Nightfall”, ne hanno consacrato l’assoluto valore e un seguito sempre costante, e fedele, di fan sparsi per tutto il mondo.

E’ inutile negarlo.
Quando si parla, o magari solamente si pensa al Doom Metal, vengono in mente due band considerate, in maniera unanime, imprescindibili. I Black Sabbath “era Ozzy”, come precursori e massimi ispiratori (per le atmosfere), e, appunto, i Candlemass.
Perché i Candlemass sono “tutto quello che oggi suona Doom” in senso assoluto. Non c’è band, di questo genere, che non dichiari di non ispirarsi a loro. Pura eresia.
Sono quella band che, grazie al genio del loro bassista (e principale compositore) Leif Edling, ha messo su pentagramma canzoni come “At The Gallows End”, “Solitude”, “Bewitched”, tanto per citare alcuni dei “classici tra i classici”.
Sono, ancora, quella band che è riuscita a far convivere tempi cadenzati e atmosfere depresse, ipnotiche e grondanti tonnellate di puro metallo incandescente, con il lirismo più ispirato e i livelli di epicità più alti e vertiginosi.
Lo stesso Leif, dotato di un’ispirazione inesauribile e vulcanica, suona, o ha suonato, con band da lui stesso create, che percorrono diversi aspetti della sua personalità, sempre, però, rimanendo ben ancorato a quello che è il suo principio cardine: Il Doom Metal, appunto.
E basta solo citare due suoi progetti, quali i Krux, e più recentemente gli immensi Avatarium, per capire di che cosa si sta parlando.

Questa lunga premessa serve ad introdurre quello che poi, è invece l’altro aspetto fondamentale, più di facciata se vogliamo, di “bandiera”, e che da sempre ha caratterizzato i Candlemass lungo la loro (ormai) lunga carriera.
I cantanti che si sono succeduti dietro al microfono nella band.
Uno su tutti è rimasto nella memoria dei fan (e difficilmente, ahimè, potrà uscirne): Messiah Marcolin.
Un tipo dall’aspetto mastodontico che, sotto una cascata di capelli riccioluti e dalla pancia da guinnes dei primati, era dotato di una voce talmente ispirata, lirica, estesa, baritonale e profonda, da far tremare i muri di casa quando si accendeva lo stereo e si premeva il tasto “play” facendo partire “The Well of Souls”. Si aggiunga poi che, lo stesso Marcolin, ai concerti era solito indossare un saio da sacerdote, e da solo, grazie al suo immenso carisma, faceva la metà di quello che i tutti gli altri componenti messi assieme facevano, e allora si ribadirà, ancora una volta, il perché di tanto successo negli anni.

Quando Messiah Marcolin se ne andò, in polemica coi compagni, sembrava che per i Candlemass fosse giunta la fine. E per un periodo fu proprio così.
Dopo lo sfortunato “Chapter VI” (con Thomas Vikström come sostituto cantante), e le sue scarse vendite, la band rimase persino senza etichetta discografica, e Edling decise di dedicarsi ad altri progetti, forse convinto di dover davvero fare il funerale e seppellire, in tutti i sensi, la band che gli aveva portato, fino a quel momento, fama e gloria.

Dopo qualche anno, però, arriva un’altra “ugola d’oro”: Robert Lowe, che già coi Solitude Aeternus aveva ben dimostrato di cosa era capace in quanto a cantare.
Il risultato sono stati album che hanno rinvigorito e dato gran spolvero al marchio Candlemass.
A partire, infatti, dal “primo” album del rilancio, “King of the Grey Islands”, passando per “Death Magic Doom”, fino al “settantiano” “Psalms of the Dead”, la band sembrava non dover perdere un colpo, avvalendosi (finalmente), di una solida combinazione tra chi le canzoni le pensava, le scriveva e le suonava (Edling), e chi doveva dar loro un’anima tutta improntata all’epica e alla classe innata e meritoria della Casata (Robert Lowe).
Fino a quando lo stesso Lowe, dannato dal suo stesso talento, non ha saputo replicare, in sede live, quanto fatto in studio.

Licenziato (e non senza polemiche) anche lui, ultimo della serie, arriviamo ad oggi con “Death Thy Lover”.

“La morte sia la tua amante”.
Non potrebbe esistere incipit migliore quando si parla (e si ascoltano) i Candlemass.
Però forse, nel loro caso specifico, la Signora dalla lunga falce ha deciso di dare una diversa opportunità alla band, donandogli una nuova occasione, col nuovo cantante Mats Levén, un altro che di presentazioni non ha certo bisogno, passando questi il tempo a fare il “turnista di lusso” per altri quali, giusto per citarne due, i Therion o Yngwie Malmsteen.

Levén non è una scoperta assoluta per Leif Edling.
Ci aveva già lavorato, con profitto, nella sua primigènia creatura Abstrakt Algebra, poi, più tardi, nei Krux, e dal 2012, dopo qualche concerto “di rodaggio” assieme agli altri compagni, decise che era il momento di scuotersi facendolo entrare come componente fisso, probabilmente sotto la pressione di altri “blasonati” gruppi che ne reclamavano la collaborazione.

Il risultato, lo ascoltiamo in questi giorni, con questo EP, e di cui, sulla lunga distanza, si può ben capire se “l’alchimia” tra la band e il nuovo cantante, sia solo un esperimento “a freddo”, o qualcosa di più.
Purtroppo, personalmente, io penso che si tratti più della prima ipotesi.

Forse sono prevenuto, e ancora, dopo tanti anni, non ho dimenticato cosa erano i Candlemass con Messiah Marcolin.
Gli ultimi album con Robert Lowe, però, mi avevano convinto della bontà del cambiamento avvenuto, tacendo, perché superfluo, sulla formula stilistica adottata dal gruppo che, quella sì, negli anni ha sempre rappresentato una costante.
Forse, ancora, è il livello musicale proposto ad essere troppo elevato, parlando del passato, ovviamente. Dunque tutto quel che viene dopo, sembra essere sottotono o non all’altezza. Fatto sta che già dopo un paio di ascolti della prima, pacchianissima, “Death Thy Lover” ho pensato che ci fosse qualcosa che non funzionasse.
Per carità. Tutto è estremamente curato, per certi aspetti addirittura in maniera maniacale (le chitarre, ad esempio: non può che essere una scelta voluta persino come suonino nei momenti “di affondo”, così “anni 80” e, in definitiva, così “Candlemass”), e, come da tradizione, la canzone d’apertura è una valanga di accordi terremotanti in grado di smuovere persino un monolite di cemento armato. Però la voce di Léven, tanto adatta a certe composizioni dei Therion di “Gothic Kabballah”, qui sembra invece un po’ troppo forzata e “pilotata” per risultare essere simile a quella di Robert Lowe.
Proseguendo poi con la seconda, “Sleeping Giant”, questa sì una mazzata di Doom “sabbathiano” coi contro fiocchi da ascoltare e riascoltare, l’impressione non cambia, anzi. Devo confessare che mi sono sentito quasi preso in giro, perché la sensazione che il materiale per questo EP sia stato preso e riportato di sana pianta dagli scarti di “Psalms of the Dead”, almeno a livello di “base” compositiva, ha fatto capolino nella mia testa. Per giunta più di una volta.

Certo, si tratta sempre di Candlemass al 100% che sono sinonimo di qualità assoluta, ma, dopo 4 anni dall’ultimo loro full length, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso, non “nuovo” per carità!
Intendo qualcosa che comunque potesse demarcare un limite passato, per introdurci a quello che potrebbe essere il futuro.
Con “King of the Grey Island” accadde, e quello sì era un’esplosione atomica che ti catturava dal primo ascolto. Questo no.
Meno male che poi arriva “Sinister and Sweet”.
Ecco. Questo è come vorrei che fossero i Candlemass su tutta la linea: l’atmosfera brumosa e il cantato quasi sussurrato, dimesso, afflitto delle prime note, a far da contraltare ad un pachiderma pesantissimo di Doom distorto, feroce e assassino, dato dalla sezione strumentale.
Perché non si è pensato di mettere questo brano come opener, anziché “Death Thy Lover”?
Semplice mossa commerciale. Certamente vale più una canzone dal ritornello orecchiabile che non un macigno che fa la felicità di una ristretta schiera di appassionati.
L’ultima canzone, di chiusura, è poi “The Goose”, enigmaticamente strumentale, acuendo la sensazione di trovarsi ad ascoltare materiale, “d’annata”. Chiamiamolo pure così.

Probabilmente il mio giudizio è troppo severo, e sono convinto che ci sarà chi, invece, questo EP lo osannerà e lo eleggerà a “grande ritorno” dei Candlemass. Non potrò biasimarlo.
Io però, ripeto, ricordo il loro (ormai) penultimo ritorno post Messiah Marcolin, e parlavamo di tutt’altra pasta, tutt’altra energia, tutt’altra maniera di porsi: un’impronta assolutamente più sferzante e “heavy” a tutti i brani (chi si ricorda dell’incredibile incedere di “Destroyer” che sembrava muoversi con la cadenza di un enorme drago inferocito, o di “Devil Seed” dai rintocchi che più Doom non si sarebbe potuto immaginare?), ringiovanendo e rinvigorendo il marchio di fabbrica della band, senza, tra l’altro, rinnegarlo, anzi.

Sarò felicissimo di essere smentito col loro prossimo album, anche se la vedo dura, visti i problemi di salute di Leif Edling (che sta soffrendo di sindrome da affaticamento acuta, notizia letta pochi giorni fà), anche se l’assunzione di Léven come membro fisso, avrà avuto pure un qualche senso, o un qualche sbocco futuro.
Chissà. Rimane l’amarezza, però, per questo EP.
Un mezzo passo falso. Fortunatamente, però, è solo un episodio, e tra qualche tempo ce ne ricorderemo, magari, come un riempimento e basta.

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