Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us

Chiunque, e dico proprio chiunque ami il genere “Gothic“, ad ogni uscita dei Paradise Lost dovrebbe onestamente fare un balzo dalla sedia. Il nome è di quelli tosti, di quelli che hanno fatto storia, assieme a My Dying Bride ed Anathema, e, a più di 20 anni dal loro debutto, si può tranquillamente affermare che la band di Halifax di strada ne ha fatta, ed anche parecchia: dagli esordi Death/Doom, sino alla svolta, o sarebbe meglio dire sino “all’invenzione” del Gothic Metal per come lo si conosce oggi, passando per le sperimentazioni imparentate coi Depeche Mode (se siano riuscite o no, immagino che ascoltando il presente disco, e nemmeno in maniera tanto approfondita, chi ha confidenza col genere dovrebbe trovare facile risposta), per approdare infine ad un “Dark Rock” (come Nick Holmes stesso ama definire il genere che suona) che raccoglie il meglio di quanto la band ha pensato, messo su pentagramma, suonato e re-immaginato. Con coraggio e perseveranza, caratteristiche che, ormai, visto il nome di grido che la band possiede, potrebbero benissimo venir trascurate, per campare poi di rendita, così come molte altre band hanno fatto e continuano a fare.
Ma questo non è per nulla il caso di cui scriviamo. Anzi. Questo “Faith Divides Us – Death Unites Us” è l’ennesimo capitolo da incorniciare nella discografia dei Paradise Lost.

A me è capitato di doverlo ascoltare più di una volta per carpirne bene l’essenza. E questo, per un disco “gotico”, non è per nulla un difetto. Le strutture delle canzoni si presentano sempre marziali e severe, pur non trascurando di valorizzare l’ariosità sinfonica che qui viene usata per dare spessore alle composizioni. Il suono è stato progettato “elegantemente roccioso“, richiamando alla memoria più di una volta “Icon”, con una canzone su tutte: “Fraility“. Ma la stessa apripista “As Horizons End” riesce bene a trasportare l’ascoltatore ai tempi andati di certi loro primi lavori, avvolti dalla nebbia delle immagini sfocate e dalla tragedia delle loro architetture rabbiosamente disperate. Anche la voce di Holmes, straordinariamente melodica e malinconica, non disdegna in molti frangenti di lesinare spunti di aggressività che sì, ormai non è più growl, ma che ci arriva dannatamente vicino e, in questo caso, un esempio perfetto risulta essere “The Rise of Denial“, che ad un inizio sinfonico poi fa seguire una prestazione strumentale pesantissima e una partitura vocale quasi forzata, data “a denti stretti”.

Un elogio particolare però, a mio parere, lo si deve dare a due canzoni in particolare, che riescono meglio a porre in luce lo straordinario talento della band, e sono, nell’ordine, “Faith Divides Us – Death Unites Us” e “Last Regret“.
La prima, scelta anche come primo singolo, e il cui video da molti è stato definito come “il più angosciante mai pubblicato dai Paradise Lost”, è una canzone cui si potrebbero attribuire migliaia di aggettivi per descriverne la straordinaria suppurazione di malinconia, angoscia e pianti, ma io ne scelgo una solo, semplice e lineare: bellissima.
Lo è, appunto perché costituisce una miscela perfetta e da manuale di quanto chi ama questa band si aspetta da essa. Nessun trucco e nessun inganno: una struttura lenta che però non sfocia nella cadenza tipica del Doom, ma che mantiene il tono basso e rassegnato, seppure affascinante e che racconta, al di là del video che mi auguro vogliate guardare, di confusione e di alchimie di colori scuri, che si fondono e scindono la loro essenza senza mai prescindere dalla considerazione di essere parti uniche, anche se eterogenee, della stessa mente umana, della stessa testa di chi le ha pensate, e ha realizzato bene di metterle in musica, anziché, abbandonandosi ad un esempio certamente estremo, di uccidersi. Ma la polvere che si alza strozza lo stesso la gola come un cappio, e le ferite che si scoprono nel ritornello, bruciano alla stessa maniera del fuoco che arde la carne. Bellissima, e lo ripeto a costo di diventare monotono, perché è proprio di canzoni come questa che il Gothic ha bisogno.
Last Regret” invece tocca altre corde. O perlomeno: le corde che strugge sono sempre le stesse, ma cambia la maniera, il modus-operandi di descrizione. Qui l’impostazione è più classica, e le chitarre suonano con un’intonazione particolare, maggiormente vibrata, tornando anche in auge l’abitudine coltivata da Gregor Mackintosh di sfruttare il suo strumento come in un lunghissimo, struggente assolo, percependo quasi, nel corpo stesso del brano, come di trovarsi in cima ad una voragine. Se a questo poi ci si aggiunge anche il ritornello cantato e che non fa che ripetere “Hear my last words, this my last regret…” allora le carte in tavola per affermare che ci si trova ad ascoltare un classico ci sono tutte, e senza dover temere smentita.

I giochi, però, non finiscono per nulla qui, perché qui si parla dei Paradise Lost, e non dei Motley Crue (con tutto il rispetto), e di canzoni di riempimento non se ne parla proprio. Gli ultimi episodi infatti, a cominciare da “Universal Dream” e da “In Truth“, ci concedono ancora uno strascico godibile di tutta la caterva di sensazioni negative che questo disco inopinatamente ci ha proposto. Nella fattispecie, soprattutto la seconda citata è un bell’esempio di come, per l’appunto, dovrebbe calare il sipario: strutture rocciose eppure cangianti, che incalzano e non danno tregua, quasi strappate a forza da chitarre e batteria, con le tastiere che, verso la fine, donano quel qualcosa di impalpabile che rende preziose tutte le cose che i Lost hanno deciso di confezionare.

Bisogna essere obiettivi: questo album non è paragonabile ai loro “Draconian Times” o ad “Icon”, ma non perché si fermi un gradino sotto. Nulla di tutto questo. Solamente perché questo disco è “diverso“. Un altro tassello nell’universo di meteore sconosciute che la band decide piano piano di farci scoprire.
Per quanto di mia competenza, ritengo che questo sia un lavoro ottimamente costruito, con all’interno gioielli che non sfigureranno sicuramente di fianco ai colossi del passato. Alla fine resta fermo il concetto che chiunque si prenda la briga di ascoltarlo, ci troverà, forse, diverse sfaccettature, che probabilmente al sottoscritto sono sfuggite, per ora, o che, nascoste nel fluttuare depresso delle note, non ho ritenuto di dover sottolineare.
Ma la bellezza della musica non è anche questo? Non è forse l’immaginare, il pensare, trasportati da una melodia, triste e non, a pensieri di intima soggettività? Ecco. Se questo cercate nella musica, allora non posso che consigliarvi l’acquisto dei Paradise Lost. Sarà certamente una spesa sicura e a prova di bomba.

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Swallow The Sun – New Moon

Ascoltare gli Swallow the Sun è come sottoporsi ad una catarsi.

Ascoltarli distrattamente, magari in macchina e per un breve tragitto per giunta, è inutile: solo spreco di tempo.

Sedersi, invece, in un pomeriggio come questo, a far girare il loro New Moon nello stereo per dieci, cento volte, magari accompagnadolo con massicce dosi di teina e nicotina, è quanto mi sento sinceramente di consigliare: gli Swallow the Sun sono una band “da meditazione. Non mettetevi a ridere per favore. Parlo in maniera maledettamente seria.

Il loro genere, derivato dalla commistione più perversa tra Death e Doom, può sembrare granitico al primo colpo “d’orecchio”, impastato, difficile addirittura, ma vi assicuro che questo è amico della pazienza e della passione più di ogni altra cosa. Bisogna infatti ascoltarli e riascoltarli per sentirsi presi dai lancinanti spunti tragici e tristi che il loro suono fagocita senza sosta, bisogna assaggiarlo a poco a poco e andare oltre l’amaro livore degli scream furiosi, addentrarsi attraverso il loro growl cavernoso (per inciso uno dei migliori sulla piazza) che sembra “far tremare la terra“, e assoggettarsi alle loro atmosfere repentinamente cangevoli come in un caleidoscopio.

A quel punto ci si trova completamente immersi in paesaggi che sì, molti obietteranno siano stereotipati e ormai triti e ritriti, ma che, dati con una simile dose di raffinatezza e con un simile piglio, diventano qualcosa di affascinante ed eterogeneo, completamente staccato dalla filosofia di base che vuole debba porsi la melodia come magnete per attirare l’attenzione e destare interesse in chi ascolta. In questo album è esattamente l’opposto. In questo lavoro sono le dissonanze, smussate dalla loro tagliente, seppur presente ferocia, a miscelarsi e a diventare un impianto melodico, a tingersi di un nero profondo ed impenetrabile, coi contorni, però, brillanti e preziosi di sensazioni ed umori negativi e tristi che accompagnano la mente in luoghi sconosciuti, persi chissà dove o irriconoscibili, anche se già parecchie volte percorsi.

Questo sono gli Swallow the Sun in questo album: l’alchimia perfetta tra il piombo pesante ed oppressivo delle tenebre e l’oro dell’esorcizzazione delle paure più recondite, della nostalgia, della tristezza, di più: della disperazione.

Empty, Gloomy and Despair“. Tre parole che alla perfezione vestono la musica degli Swallow the Sun e che in New Moon hanno raggiunto l’apice compositivo, la loro summa espressiva ed incredibile. Duole solo essere consapevoli che, purtroppo, meglio di così difficilmente si potrà fare, e dunque in futuro non sapremo cosa dovremo aspettarci da questa band, per ora invece, in questo momento, non dobbiamo fare altro che, appunto, sederci, chiudere gli occhi e godere appieno delle canzoni che ci vengono offerte.

Nessuna di esse, e sottolineo proprio nessuna, scade in un seppur sfuggente momento di noia: tutte sono pensate e scritte per rappresentare un lungo monologo. Sempre lo stesso, ma dato in chiavi differenti, che parte, per esempio dalla loro prova migliore in questo contesto Falling World, dove, tra le altre cose, la voce quasi sottotono e sussurrata del cantante Mikko Kotamäki compie un lavoro sognante ed etereo, in pieno contrasto con la base strumentale che pur avendo parecchi spunti melodici preserva sempre quella parte graniticamente bestiale marchio di fabbrica degli Swallow the Sun.

Altre chiavi, poi, possono essere rappresentate dalla lunga ed estenuante Weight of the Dead, dove invece viene in mente qualcosa a cavallo tra un Suicidial Black Metal e un Funeral Doom di matrice Tyranny. In entrambi i casi il risultato, se non si fosse capito finora, è eccezionale. E questi miei sono solo esempi, che volutamente tralasciano il resto della track-list di proposito, proprio perché chiunque ascolti questo album (e mi auguro siano in molti), possa trarne qualcosa da serbare gelosamente per se stesso. Come è capitato al sottoscritto ascoltando, infine l’omonima “New Moon”.
Proprio quello che mi aspettavo da una band come gli Swallow the Sun insomma.

Per quanto mi riguarda questo è il miglior lavoro dell’anno, che si pone di prepotenza in concorrenza con l’ultimo lavoro dei Paradise Lost, con un indice che punta decisamente verso il presente. Non per le differenze stilistiche palesi che tutti possono evincere, ma bensì perché questo, stando sempre al discorso “emozionale”, riesce a donarmi in maniera più massiccia, proprio quello che io vado cercando in un genere musicale che preventivamente e genericamente io definisco “oscuro”.

Spero molto, quindi, che “New Moon” giunga alle orecchie di chi, leggendomi, avrà capito di cosa ho parlato finora.

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Novembers Doom – Into Night’s Requiem Infernal

Anche per i Novembers Doom è arrivato il momento di pubblicare qualcosa di nuovo e io sono arci-sicuro che tutti gli utenti di DeBaser stessero aspettando questo album con ansia crescente. Nessuno escluso.
Peccato che la mia sia solo una battuta che purtroppo va letta all’esatto opposto di quanto affermato perché, purtroppo, dei Novembers Doom non frega niente (quasi) a nessuno. Ma questo non è di certo un metro valido per cui il sottoscritto debba scoraggiarsi dallo scriverne: anzi. Sono abituato alle recensioni che al massimo vengono lette da poche, pochissime persone: anime inquiete che, come me, trastullano loro stesse in un limbo dai contorni sfocati e poco riconoscibili, che non sono “né carne e né pesce”. E questa recensione ne è un esempio classico che più non si può: pur essendo, questa band, tra le più originali e longeve (conta venti anni di carriera alle spalle se non vado errato) di tutta la scena Death/Doom, pur essendo un gruppo che ha sempre posto la sperimentazione e l’amalgama di diversi generi nel proprio retroterra sia a livello strumentale che concettuale, viene puntualmente snobbata ad ogni uscita.

Il perché è facile spiegarlo, specie se parliamo, come si sta facendo adesso, della loro ultima fatica “Into Night’s Requiem Infernal”: un complesso sonoro che deve molto ai padri del “genere” ibrido di cui i Novembers Doom si servono, e parliamo dunque in primis dei My Dying Bride e dei Katatonia, e, ultimamente anche di Opeth o Insominum. Un Death/Doom dalle venature stringentemente gotiche con parti Progressive riconoscibilissime. Il tutto sapientemente dato in un contesto affacinantemente elegante che non trascura nemmeno, in certi episodi di spingere sull’acceleratore (“The Harlot’s Lie“), grazie pure all’uso di un growl abbastanza spietato e ben concepito, sempre presente ma mai troppo pesante, specie negli episodi in cui fa da contraltare alla voce in pulito che ha il tono molto simile a quello di un Aaron Stainthorpe del periodo “Songs of Darkness, Words of Light”, come nel caso di “A Eulogy for the Living Lost“, canzone manifesto di tutto il disco, con al suo interno strutture cangianti che vanno dal melodico e struggente, sino al “quasi” brutale con parecchi punti di contatto col Death Metal più strutturato ed intelligente.

A mio parere però, gli episodi meglio riusciti sono anche quelli che si può definire più palesemente sperimentali. Due esempi su tutti: “The Fifth Day of March“, dove, incredibilmente, se non si sapesse di chi si sta ascoltando, a domanda si dovrebbe rispondere Pink Floyd, e, debbo dire che per una band di questo genere e con il bagaglio che porta, questo non può che essere un complimento.
Mentre invece in “When Desperation Fills The Void” ci si trova inevitabilmente a dover ricordare e quindi nominare un altro caposaldo della musica che in passato apparteneva al genere Doom, ossia gli Anathema. Attenzione però, qui si tirano in ballo i giganti perché la loro influenza è sì, certamente palese, ma sicuramente non volgare e fastidiosa. Più che altro si parla di derivazioni che rasentano l’eccellenza, e che, in una canzone come la suddetta, raggiungono picchi di struggevole completezza quasi commoventi.

Non mancano certo gli episodi più cattivi e che ricalcano i confini classici del Doom/Death, come per esempio la prima canzone, “Into Night’s Requiem Infernal“, bell’esempio di compattezza e giusta dose di granitico Progressive che man mano, con lo svolgersi dei minuti, diventa un’impronta sempre più presente. Oppure si può parlare di “Empathy’s Greed” e del suo delicato quanto semplice attacco, che poi diventa d’un tratto potente, strutturato e costruito per donare una poderosa iniezione epica a tutto il brano.

In definitiva questo disco di certo non spopolerà, come è stato del resto anche coi loro precedenti. Non ne ha, forse, nemmeno l’ambizione: quello che conta in questo contesto è certamente la qualità, che di certo non manca in casa Novembers Doom. Poi, d’altro canto, non è scritto da nessuna parte che l’originalità, la raffinatezza e la stessa qualità debbano stare per forza nelle valanghe di copie vendute. Anzi, credo di poter affermare, forse senza timore d’esser contraddetto, che la maggior parte delle volte non è così.

E dunque, a quei quattro gatti che decideranno di ascoltare questo disco, vada il piacere di godere dei suoi momenti più preziosi.

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Candlemass – Death Thy Lover

Con questo EP, di soli 4 brani, per una durata di circa 25 minuti, i Candlemass festeggiano, oggi, i 30 anni di attività. Lo fanno alla maniera a loro più consona, ovvero suonando quel genere, il Doom Metal, che li ha accolti come i padroni assoluti del sotto-filone “Epic”, che nel tempo, grazie a capolavori quali, ad esempio, “Nightfall”, ne hanno consacrato l’assoluto valore e un seguito sempre costante, e fedele, di fan sparsi per tutto il mondo.

E’ inutile negarlo.
Quando si parla, o magari solamente si pensa al Doom Metal, vengono in mente due band considerate, in maniera unanime, imprescindibili. I Black Sabbath “era Ozzy”, come precursori e massimi ispiratori (per le atmosfere), e, appunto, i Candlemass.
Perché i Candlemass sono “tutto quello che oggi suona Doom” in senso assoluto. Non c’è band, di questo genere, che non dichiari di non ispirarsi a loro. Pura eresia.
Sono quella band che, grazie al genio del loro bassista (e principale compositore) Leif Edling, ha messo su pentagramma canzoni come “At The Gallows End”, “Solitude”, “Bewitched”, tanto per citare alcuni dei “classici tra i classici”.
Sono, ancora, quella band che è riuscita a far convivere tempi cadenzati e atmosfere depresse, ipnotiche e grondanti tonnellate di puro metallo incandescente, con il lirismo più ispirato e i livelli di epicità più alti e vertiginosi.
Lo stesso Leif, dotato di un’ispirazione inesauribile e vulcanica, suona, o ha suonato, con band da lui stesso create, che percorrono diversi aspetti della sua personalità, sempre, però, rimanendo ben ancorato a quello che è il suo principio cardine: Il Doom Metal, appunto.
E basta solo citare due suoi progetti, quali i Krux, e più recentemente gli immensi Avatarium, per capire di che cosa si sta parlando.

Questa lunga premessa serve ad introdurre quello che poi, è invece l’altro aspetto fondamentale, più di facciata se vogliamo, di “bandiera”, e che da sempre ha caratterizzato i Candlemass lungo la loro (ormai) lunga carriera.
I cantanti che si sono succeduti dietro al microfono nella band.
Uno su tutti è rimasto nella memoria dei fan (e difficilmente, ahimè, potrà uscirne): Messiah Marcolin.
Un tipo dall’aspetto mastodontico che, sotto una cascata di capelli riccioluti e dalla pancia da guinnes dei primati, era dotato di una voce talmente ispirata, lirica, estesa, baritonale e profonda, da far tremare i muri di casa quando si accendeva lo stereo e si premeva il tasto “play” facendo partire “The Well of Souls”. Si aggiunga poi che, lo stesso Marcolin, ai concerti era solito indossare un saio da sacerdote, e da solo, grazie al suo immenso carisma, faceva la metà di quello che i tutti gli altri componenti messi assieme facevano, e allora si ribadirà, ancora una volta, il perché di tanto successo negli anni.

Quando Messiah Marcolin se ne andò, in polemica coi compagni, sembrava che per i Candlemass fosse giunta la fine. E per un periodo fu proprio così.
Dopo lo sfortunato “Chapter VI” (con Thomas Vikström come sostituto cantante), e le sue scarse vendite, la band rimase persino senza etichetta discografica, e Edling decise di dedicarsi ad altri progetti, forse convinto di dover davvero fare il funerale e seppellire, in tutti i sensi, la band che gli aveva portato, fino a quel momento, fama e gloria.

Dopo qualche anno, però, arriva un’altra “ugola d’oro”: Robert Lowe, che già coi Solitude Aeternus aveva ben dimostrato di cosa era capace in quanto a cantare.
Il risultato sono stati album che hanno rinvigorito e dato gran spolvero al marchio Candlemass.
A partire, infatti, dal “primo” album del rilancio, “King of the Grey Islands”, passando per “Death Magic Doom”, fino al “settantiano” “Psalms of the Dead”, la band sembrava non dover perdere un colpo, avvalendosi (finalmente), di una solida combinazione tra chi le canzoni le pensava, le scriveva e le suonava (Edling), e chi doveva dar loro un’anima tutta improntata all’epica e alla classe innata e meritoria della Casata (Robert Lowe).
Fino a quando lo stesso Lowe, dannato dal suo stesso talento, non ha saputo replicare, in sede live, quanto fatto in studio.

Licenziato (e non senza polemiche) anche lui, ultimo della serie, arriviamo ad oggi con “Death Thy Lover”.

“La morte sia la tua amante”.
Non potrebbe esistere incipit migliore quando si parla (e si ascoltano) i Candlemass.
Però forse, nel loro caso specifico, la Signora dalla lunga falce ha deciso di dare una diversa opportunità alla band, donandogli una nuova occasione, col nuovo cantante Mats Levén, un altro che di presentazioni non ha certo bisogno, passando questi il tempo a fare il “turnista di lusso” per altri quali, giusto per citarne due, i Therion o Yngwie Malmsteen.

Levén non è una scoperta assoluta per Leif Edling.
Ci aveva già lavorato, con profitto, nella sua primigènia creatura Abstrakt Algebra, poi, più tardi, nei Krux, e dal 2012, dopo qualche concerto “di rodaggio” assieme agli altri compagni, decise che era il momento di scuotersi facendolo entrare come componente fisso, probabilmente sotto la pressione di altri “blasonati” gruppi che ne reclamavano la collaborazione.

Il risultato, lo ascoltiamo in questi giorni, con questo EP, e di cui, sulla lunga distanza, si può ben capire se “l’alchimia” tra la band e il nuovo cantante, sia solo un esperimento “a freddo”, o qualcosa di più.
Purtroppo, personalmente, io penso che si tratti più della prima ipotesi.

Forse sono prevenuto, e ancora, dopo tanti anni, non ho dimenticato cosa erano i Candlemass con Messiah Marcolin.
Gli ultimi album con Robert Lowe, però, mi avevano convinto della bontà del cambiamento avvenuto, tacendo, perché superfluo, sulla formula stilistica adottata dal gruppo che, quella sì, negli anni ha sempre rappresentato una costante.
Forse, ancora, è il livello musicale proposto ad essere troppo elevato, parlando del passato, ovviamente. Dunque tutto quel che viene dopo, sembra essere sottotono o non all’altezza. Fatto sta che già dopo un paio di ascolti della prima, pacchianissima, “Death Thy Lover” ho pensato che ci fosse qualcosa che non funzionasse.
Per carità. Tutto è estremamente curato, per certi aspetti addirittura in maniera maniacale (le chitarre, ad esempio: non può che essere una scelta voluta persino come suonino nei momenti “di affondo”, così “anni 80” e, in definitiva, così “Candlemass”), e, come da tradizione, la canzone d’apertura è una valanga di accordi terremotanti in grado di smuovere persino un monolite di cemento armato. Però la voce di Léven, tanto adatta a certe composizioni dei Therion di “Gothic Kabballah”, qui sembra invece un po’ troppo forzata e “pilotata” per risultare essere simile a quella di Robert Lowe.
Proseguendo poi con la seconda, “Sleeping Giant”, questa sì una mazzata di Doom “sabbathiano” coi contro fiocchi da ascoltare e riascoltare, l’impressione non cambia, anzi. Devo confessare che mi sono sentito quasi preso in giro, perché la sensazione che il materiale per questo EP sia stato preso e riportato di sana pianta dagli scarti di “Psalms of the Dead”, almeno a livello di “base” compositiva, ha fatto capolino nella mia testa. Per giunta più di una volta.

Certo, si tratta sempre di Candlemass al 100% che sono sinonimo di qualità assoluta, ma, dopo 4 anni dall’ultimo loro full length, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso, non “nuovo” per carità!
Intendo qualcosa che comunque potesse demarcare un limite passato, per introdurci a quello che potrebbe essere il futuro.
Con “King of the Grey Island” accadde, e quello sì era un’esplosione atomica che ti catturava dal primo ascolto. Questo no.
Meno male che poi arriva “Sinister and Sweet”.
Ecco. Questo è come vorrei che fossero i Candlemass su tutta la linea: l’atmosfera brumosa e il cantato quasi sussurrato, dimesso, afflitto delle prime note, a far da contraltare ad un pachiderma pesantissimo di Doom distorto, feroce e assassino, dato dalla sezione strumentale.
Perché non si è pensato di mettere questo brano come opener, anziché “Death Thy Lover”?
Semplice mossa commerciale. Certamente vale più una canzone dal ritornello orecchiabile che non un macigno che fa la felicità di una ristretta schiera di appassionati.
L’ultima canzone, di chiusura, è poi “The Goose”, enigmaticamente strumentale, acuendo la sensazione di trovarsi ad ascoltare materiale, “d’annata”. Chiamiamolo pure così.

Probabilmente il mio giudizio è troppo severo, e sono convinto che ci sarà chi, invece, questo EP lo osannerà e lo eleggerà a “grande ritorno” dei Candlemass. Non potrò biasimarlo.
Io però, ripeto, ricordo il loro (ormai) penultimo ritorno post Messiah Marcolin, e parlavamo di tutt’altra pasta, tutt’altra energia, tutt’altra maniera di porsi: un’impronta assolutamente più sferzante e “heavy” a tutti i brani (chi si ricorda dell’incredibile incedere di “Destroyer” che sembrava muoversi con la cadenza di un enorme drago inferocito, o di “Devil Seed” dai rintocchi che più Doom non si sarebbe potuto immaginare?), ringiovanendo e rinvigorendo il marchio di fabbrica della band, senza, tra l’altro, rinnegarlo, anzi.

Sarò felicissimo di essere smentito col loro prossimo album, anche se la vedo dura, visti i problemi di salute di Leif Edling (che sta soffrendo di sindrome da affaticamento acuta, notizia letta pochi giorni fà), anche se l’assunzione di Léven come membro fisso, avrà avuto pure un qualche senso, o un qualche sbocco futuro.
Chissà. Rimane l’amarezza, però, per questo EP.
Un mezzo passo falso. Fortunatamente, però, è solo un episodio, e tra qualche tempo ce ne ricorderemo, magari, come un riempimento e basta.

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