Swallow The Sun – New Moon

Ascoltare gli Swallow the Sun è come sottoporsi ad una catarsi.

Ascoltarli distrattamente, magari in macchina e per un breve tragitto per giunta, è inutile: solo spreco di tempo.

Sedersi, invece, in un pomeriggio come questo, a far girare il loro New Moon nello stereo per dieci, cento volte, magari accompagnadolo con massicce dosi di teina e nicotina, è quanto mi sento sinceramente di consigliare: gli Swallow the Sun sono una band “da meditazione. Non mettetevi a ridere per favore. Parlo in maniera maledettamente seria.

Il loro genere, derivato dalla commistione più perversa tra Death e Doom, può sembrare granitico al primo colpo “d’orecchio”, impastato, difficile addirittura, ma vi assicuro che questo è amico della pazienza e della passione più di ogni altra cosa. Bisogna infatti ascoltarli e riascoltarli per sentirsi presi dai lancinanti spunti tragici e tristi che il loro suono fagocita senza sosta, bisogna assaggiarlo a poco a poco e andare oltre l’amaro livore degli scream furiosi, addentrarsi attraverso il loro growl cavernoso (per inciso uno dei migliori sulla piazza) che sembra “far tremare la terra“, e assoggettarsi alle loro atmosfere repentinamente cangevoli come in un caleidoscopio.

A quel punto ci si trova completamente immersi in paesaggi che sì, molti obietteranno siano stereotipati e ormai triti e ritriti, ma che, dati con una simile dose di raffinatezza e con un simile piglio, diventano qualcosa di affascinante ed eterogeneo, completamente staccato dalla filosofia di base che vuole debba porsi la melodia come magnete per attirare l’attenzione e destare interesse in chi ascolta. In questo album è esattamente l’opposto. In questo lavoro sono le dissonanze, smussate dalla loro tagliente, seppur presente ferocia, a miscelarsi e a diventare un impianto melodico, a tingersi di un nero profondo ed impenetrabile, coi contorni, però, brillanti e preziosi di sensazioni ed umori negativi e tristi che accompagnano la mente in luoghi sconosciuti, persi chissà dove o irriconoscibili, anche se già parecchie volte percorsi.

Questo sono gli Swallow the Sun in questo album: l’alchimia perfetta tra il piombo pesante ed oppressivo delle tenebre e l’oro dell’esorcizzazione delle paure più recondite, della nostalgia, della tristezza, di più: della disperazione.

Empty, Gloomy and Despair“. Tre parole che alla perfezione vestono la musica degli Swallow the Sun e che in New Moon hanno raggiunto l’apice compositivo, la loro summa espressiva ed incredibile. Duole solo essere consapevoli che, purtroppo, meglio di così difficilmente si potrà fare, e dunque in futuro non sapremo cosa dovremo aspettarci da questa band, per ora invece, in questo momento, non dobbiamo fare altro che, appunto, sederci, chiudere gli occhi e godere appieno delle canzoni che ci vengono offerte.

Nessuna di esse, e sottolineo proprio nessuna, scade in un seppur sfuggente momento di noia: tutte sono pensate e scritte per rappresentare un lungo monologo. Sempre lo stesso, ma dato in chiavi differenti, che parte, per esempio dalla loro prova migliore in questo contesto Falling World, dove, tra le altre cose, la voce quasi sottotono e sussurrata del cantante Mikko Kotamäki compie un lavoro sognante ed etereo, in pieno contrasto con la base strumentale che pur avendo parecchi spunti melodici preserva sempre quella parte graniticamente bestiale marchio di fabbrica degli Swallow the Sun.

Altre chiavi, poi, possono essere rappresentate dalla lunga ed estenuante Weight of the Dead, dove invece viene in mente qualcosa a cavallo tra un Suicidial Black Metal e un Funeral Doom di matrice Tyranny. In entrambi i casi il risultato, se non si fosse capito finora, è eccezionale. E questi miei sono solo esempi, che volutamente tralasciano il resto della track-list di proposito, proprio perché chiunque ascolti questo album (e mi auguro siano in molti), possa trarne qualcosa da serbare gelosamente per se stesso. Come è capitato al sottoscritto ascoltando, infine l’omonima “New Moon”.
Proprio quello che mi aspettavo da una band come gli Swallow the Sun insomma.

Per quanto mi riguarda questo è il miglior lavoro dell’anno, che si pone di prepotenza in concorrenza con l’ultimo lavoro dei Paradise Lost, con un indice che punta decisamente verso il presente. Non per le differenze stilistiche palesi che tutti possono evincere, ma bensì perché questo, stando sempre al discorso “emozionale”, riesce a donarmi in maniera più massiccia, proprio quello che io vado cercando in un genere musicale che preventivamente e genericamente io definisco “oscuro”.

Spero molto, quindi, che “New Moon” giunga alle orecchie di chi, leggendomi, avrà capito di cosa ho parlato finora.

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